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Venerdì, 25 Giugno 2010
Lultima vittima di Ustica
MICHELE BRAMBILLA PER LA STAMPA
Si è presentata con una mail che comincia così: «Mi
chiamo Elisabetta Lachina e appartengo alla strage di Ustica».
Vuole raccontare la sua storia in un libro, e ci ha inviato una
prima bozza. La casa in cui mi riceve è la stessa in cui
abitava allora. Guardo le stanze e provo a rivivere ciò che
ho letto in quelle pagine: è la sera del 27 giugno 1980.
Elisabetta Lachina ha diciotto anni ed è in casa con sua
sorella Linda, che sta per compierne quattordici. Il fratello maggiore,
Riccardo, è fuori con la fidanzata. Laltro fratello
- Ivano, il più grande - è in vacanza con la moglie
e il figlioletto. I genitori - Giuseppe Lachina, 57 anni, fotografo,
e Giulia Reina, 50 anni - sono partiti da Bologna con un DC9 dellItavia,
destinazione Palermo. Suona il telefono, è la zia Cosima
dalla Sicilia: «Elisabetta, avete notizie dei vostri genitori?».
Era già successo tutto. Guardo la sala da pranzo e provo
ad azionare unimpossibile macchina del tempo per vedere: Elisabetta
che cerca di mantenersi tranquilla, la sorella Linda, seduta a tavola
al posto della mamma, immobile, con le dita incrociate.
Poi la lunga attesa, le speranze contro ogni speranza, le illusioni,
la terribile certezza. Giuseppe Lachina e Giulia Reina, e con loro
le altre 79 persone che viaggiavano su quel DC9 - tredici erano
bambini - a Palermo non sono mai atterrati. Il mare di Ustica restituirà
solo 39 corpi. Tra questi anche i corpi dei coniugi Lachina. Quello
di lei, della mamma, fu classificato come «reperto C»:
un frammento di 80 grammi, identificato per un pezzo di gonna rimasto
attaccato. Giovedì 1 luglio Montegrotto Terme, il paese in
cui i siciliani Giuseppe e Giulia Lachina erano venuti a vivere
negli anni Cinquanta, dedicherà loro una via: «Sarà
una via - dice la figlia Elisabetta - per la memoria. Perché
nessuno dimentichi mai».
Sono passati trentanni e anche per Ustica, come per tanti
stragi italiane, nessun processo ha fatto giustizia. Secondo la
testimonianza di Francesco Cossiga, il DC9 dellItavia fu colpito
per errore dal missile sganciato da un caccia francese, il cui bersaglio
doveva essere un aereo sul quale viaggiava Gheddafi. Il giudice
Rosario Priore ha finito le indagini scrivendo che il DC9 fu abbattuto
da un missile nel corso di «unazione di guerra non dichiarata».
Ma non si è riusciti ad arrivare fino in fondo. Lo Stato
e le alleanze internazionali hanno le loro ragioni, e un politico
di quei tempi, Gianni De Michelis, ha spiegato: «Non tutto
può essere portato alla luce. Cè qualcosa che
può restare sopra il tavolo, e qualcosa che deve restare
sotto il tavolo».
«Per ventisei anni - racconta Elisabetta Lachina - non ho
mai voluto partecipare alle commemorazioni, non ho voluto leggere
niente, neanche gli articoli sulle indagini: il mio cervello si
rifiutava di registrare. Cera un rifiuto totale. Siccome tutto
quello mi apparteneva, io mi rifiutavo di accettare che mi appartenesse.
Perché avrei dovuto accettare la perdita dei miei genitori,
il modo in cui sono stati uccisi. Mi sono comportata per certi versi
come uno che ha visto e che tace, e per questo ho provato anche
un senso di colpa».
La svolta è stata nel 2006, quando i resti del DC9 sono stati
in qualche modo rimessi insieme e portati a Bologna. Elisabetta
andò allinaugurazione del museo con i familiari. «Quello
che ho visto quel giorno mi ha riportato indietro di ventisei anni.
Quando ho visto laereo, è come se avessi risentito
la telefonata della zia. Per la prima volta ho pianto. Un suo collega,
con il tatto che avete a volte voi giornalisti, mi si è avvicinato
e mi ha chiesto: signora, ci dica che cosa prova in questo momento».
Dopo quel giorno, la sofferenza è esplosa. Elisabetta ha
cominciato a non dormire più, il «dolore dentro»
era diventato devastante. «Ho cominciato a scrivere - spiega
- per vomitarlo fuori». Le chiedo come abbia fatto, prima,
a riuscire a controllarsi. «Dicevo: è successo e basta,
bisogna andare avanti. Lei ha letto ciò che ho passato quella
notte. Io ho dovuto prendere una posizione, farmi carico di mia
sorella, abbracciarla: non potevo piangere. Ogni tanto mi chiudevo
in bagno per stare da sola. Ricordo che un giorno, non so bene se
fosse il 29 o il 30 luglio, guardai fuori dalla finestra del bagno.
Era una giornata di sole meravigliosa. Io adoro il sole, ma in quel
momento lo odiai. Avrei voluto che tutto fosse stato buio. Invece
vedevo la gente che camminava, che andava a fare la spesa. Per gli
altri il mondo andava avanti come prima: forse è stato anche
lì, in quel momento, che ho pensato che non dovevo fermarmi».
Ma la vita non è stata più la stessa. «Ustica
ha condizionato tutta la mia vita, anche se ho cercato a lungo di
rimuoverla. Sa che cosa mi ha fatto più male? È che
Ustica ha due aspetti. Uno è quello di cui si è parlato
tanto: le indagini, i depistaggi, le bugie, i processi. Ma laltro
aspetto, di cui non si parla mai, siamo noi. Tutte le persone morte
su quellaereo non avevano solo un nome e un cognome: avevano
anche tanti familiari. Noi siamo invisibili ma esistiamo: per trentanni
siamo stati torturati ogni giorno della nostra vita. Sono trentanni
che speriamo, illudendoci, di sapere chi è stato e perché.
Cerchiamo la verità, nullaltro. Per questo non siamo
ancora riusciti a elaborare il lutto».
Le chiedo se si siano sentiti soli. «Sì. Fin dal primo
momento. Nessuno ci ha mai telefonato per dirci: laereo è
caduto, e su quellaereo cerano i vostri genitori. Eravamo
noi, quella notte e la mattina dopo, a telefonare a Bologna, a Roma,
a Palermo: le linee erano sempre staccate. Nessuno ci ha neanche
mai detto: venite a identificare i corpi. Ci sono andati i miei
fratelli, a Palermo, informati dalla televisione. Sono passati i
mesi e gli anni: nessuno ci ha ancora mai chiamati. Ci siamo dovuti
costituire in associazione, noi familiari delle vittime, per prendere
parte ai processi».
Continua: «Non ha idea di quale fatica io provi anche adesso
nel parlare con lei. Detesto apparire, mostrare agli altri quello
che ho dentro. Ma veda, su quellaereo cerano 81 persone
fra cui mio padre e mia madre, e potrebbe esserci stato chiunque
di noi. Credo che sia interesse di tutti gli italiani sapere la
verità. Credo che sia interesse di tutti battersi affinché
una cosa così non possa accadere mai più». Le
chiedo se è stata mai felice, in questi trentanni:
«La felicità è mia figlia Giulia, che oggi ha
25 anni. Quando labbraccio, io sono felice. Ma ho sempre paura
che le possa succedere qualcosa: noi siamo tutti la conseguenza
del nostro passato, e Ustica ha condizionato non solo la nostra
vita, ma anche quella dei nostri figli».
Cè un vecchio filmino in Super 8 che Giuseppe Lachina
aveva girato poco prima di quel 27 giugno 1980. È un altro
viaggio da Bologna a Palermo. Laereo è lo stesso. Si
vede la torre di controllo, la moglie Giulia che sale la scaletta,
si gira e saluta. È una domanda da povero ingenuo, ma la
faccio lo stesso: signora Elisabetta, sono in tanti a sapere la
verità, possibile che nessuno abbia una crisi di coscienza,
un rimorso? Possibile che nessuno possa decidere di parlare per
placare la vostra sete di verità? «Mi sono chiesta
tante volte che cosa avrei fatto io nei loro panni, e non so se
avrei avuto il coraggio di parlare, forse avrei avuto paura per
la mia vita e per quella dei miei figli». È umano.
Ma è umana anche la speranza che qualcuno possa vivere una
notte da Innominato.
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